22 maggio 2007

Esercizi di orizzonte

Andate nella piazza più vicina. Guardatevi attorno, cercate una persona che abbia la maglietta del vostro colore preferito. Sarà il limite del vostro orizzonte. Ora tracciate un cerchio con lo sguardo. Cercate di tenere sempre l’occhio centrato sul bordo del cerchio. Non allontanate lo sguardo. Non avvicinatelo. Imparate a guardare il mondo con questo nuovo orizzonte. Prendete nota mentalmente di tutto quello che vedete. Se vi fa piacere, portate con voi un taccuino, per scrivere le vostre impressioni. Date un nome di animale al vostro orizzonte. Imparate a guardare il mondo, e le persone, da distanze diverse.


Il giorno dopo, ricominciate con un altro colore.

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15 maggio 2007

Immaginazione, Fumetti e Infanzia 2

Quarant’anni prima di Calvin e Hobbes un altro fumetto, poco conosciuto, ha raccontato il potere della fantasia e dell’infanzia, raggiungendo vertici di poesia pura che, nell’ambito delle comic strip, poche altre opere hanno raggiunto: Krazy Kat di Herriman, Little Nemo di Winsor McKay, magari qualche capolavoro degli ultimi anni, come Maus di Spiegelmann. Si tratta di Barnaby, scritto e disegnato da Crockett Johnson per un periodo brevissimo, dal ‘42 al ‘43, ma entrato nella storia come uno dei primi fumetti capaci di raccontare il difficile confronto tra il mondo del bambino, pieno di emozioni, energie immaginative, paure, potenzialità, e un mondo adulto che – soprattutto negli anni ‘40 – spesso cerca di tenere a freno la forza dell’immaginazione, correndo il rischio di perdere il rapporto con l’infanzia. Barnaby è un bambino con due genitori tremendamente noiosi e borghesi che riceve, dopo aver sentito raccontare dalla madre una fiaba sulle fate, la visita di un personaggio alquanto singolare, il Signor O’Malley. Il Signor O’Malley è il Fato Padrino di Barnaby. Della fata non ha la silhouette elegante e aggraziata, anche se può contare su due alette che gli permettono di svolazzare dentro e fuori dalle finestre. Oltretutto il Fato Padrino è un irlandese doc, come si deduce dal nome, che impreca in gaelico stretto. O’Malley veglia su Barnaby come una specie di Angelo Custode pasticcione, combinando un sacco di guai. Il problema è che quando Barnaby parla agli adulti del suo nuovo amico, questi ultimi, incapaci di dar credito al racconto del figlio (“devi smettere di sognare” è una delle prime frasi che sentiamo pronunciare dalla madre) hanno la brillante idea di portarlo da uno psicanalista infantile. Oltre a rappresentare una delle prime apparizioni di uno psicoterapeuta in un fumetto, Barnaby ne offre una caricatura spietata. Il dottore sottopone Barnaby a una serie di test assurdi, senza nemmeno cercare di creare con il bambino una relazione di ascolto. Appena però lo strizzacervelli esce dallo studio, il signor O’Malley salta fuori, disegnando sulla lavagna un proprio autoritratto, proprio accanto a dove Barnaby aveva scritto “Papà”. Vi lascio solo immaginare che cosa salta fuori. Barnaby ci parla insomma della necessità di adottare una posizione di ascolto e tolleranza nei confronti dei bambini e della loro insopprimibile capacità di trasfigurare il mondo reale in un mondo immaginato. Perché il signor O’Malley non è un sogno di bambino, ma l’inizio di un percorso di crescita che, tra mille difficoltà, porterà Barnaby a fare i conti con il mondo degli adulti.
(segue)

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14 maggio 2007

Incontrare l'altro fra storia e filosofia. Conversazione fra Carlo Ginzburg e Arnold Davidson


C’è stato ieri mattina, alla chiesa di San Francesco di Udine, un interessante faccia a faccia tra due personaggi fuori del comune, nell'ambito della manifestazione Vicino/lontano. Da una parte Carlo Ginzburg, storico di fama internazionale, ma soprattutto intellettuale sui generis, capace di alternare studi ad ampissimo raggio sull’immagine del sabba ad affascinanti analisi microstoriche sull’idea di rappresentazione, sul rapporto tra storia, retorica e prova e sulle tecniche letterarie di straniamento. Vulcanico e geniale, Ginzburg segue la via della filologia per parlare di questioni attualissime. Di fronte a lui, col cranio rasato e una folta barba da profeta, c’è Arnold Davidson, filosofo, uno dei più interessanti continuatori del lavoro di Michel Foucault, capace di coniugare il rigore della scuola analitica (è stato allievo di Rawls e Putnam) all’allegra sfrontatezza del pensiero francese contemporaneo. Davidson, già prestigiatore e promettente batterista jazz fermato da un problema a una mano, insegna a Chicago ed è il prototipo dell’accademico americano acuto e fuori dalle convenzioni (orecchino e maglietta stropicciata stanno a dimostrarlo…) e ha in uscita in traduzione italiana il suo fondamentale The Emergence of Sexuality. In mezzo, a moderare, Pier Aldo Rovatti. Lo scambio tra Ginzburg e Davidson, uniti da stima e amicizia reciproca, è andato al cuore di un tema vicino al senso della pratica del counseling: Cosa vuole dire entrare in rapporto con l’altro? Davidson, preciso e tagliente, nel suo italiano praticamente perfetto, mette al centro della discussione un tema fondamentale: è possibile per chi si occupa di storia, e che dovrebbe cercare di essere il più obiettivo possibile, fare i conti con l’idea di valutazione morale? Riprendendo da Primo Levi l’idea della necessità di cercare di raggiungere un’obiettività assoluta nel suo resoconto dell’esperienza del lager, Davidson sottolinea l’importanza di tener conto dei giudizi impliciti, di quella stratificazione di valutazioni e punti di vista che si depositano anche all’interno della parola più “oggettiva”. Ginzburg riparte da lì sottolineando l’importanza di fare i conti con l’idea di distanza e di straniamento. Per imparare il mestiere di vivere occorre forse esercitarsi a mettere in discussione il proprio punto di vista, per arrivare al punto in cui i pregiudizi reciproci, invece di cancellarsi, vengono alla luce e aiutano a costruire un piano di confronto comune. Ogni testo, dice Ginzburg, è per lo storico soprattutto un modo per lavorare sull’opacità. Non possiamo pensare di vivere in un mondo trasparente in cui ogni segno e ogni parola che ci scambiamo (per iscritto o meno) è immediatamente evidente. Il fatto che la comprensione sia difficile non è un ostacolo, ma una ricchezza, una risorsa per imparare realmente a tradurre le nostre esperienze e riuscire ad accogliere il punto di vista dell’altro senza rinunciare al proprio universo valoriale. Perché alla fine, nell’incontro con l’altro, impariamo soprattutto cosa vuole dire essere se stessi.

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