14 maggio 2007

Incontrare l'altro fra storia e filosofia. Conversazione fra Carlo Ginzburg e Arnold Davidson


C’è stato ieri mattina, alla chiesa di San Francesco di Udine, un interessante faccia a faccia tra due personaggi fuori del comune, nell'ambito della manifestazione Vicino/lontano. Da una parte Carlo Ginzburg, storico di fama internazionale, ma soprattutto intellettuale sui generis, capace di alternare studi ad ampissimo raggio sull’immagine del sabba ad affascinanti analisi microstoriche sull’idea di rappresentazione, sul rapporto tra storia, retorica e prova e sulle tecniche letterarie di straniamento. Vulcanico e geniale, Ginzburg segue la via della filologia per parlare di questioni attualissime. Di fronte a lui, col cranio rasato e una folta barba da profeta, c’è Arnold Davidson, filosofo, uno dei più interessanti continuatori del lavoro di Michel Foucault, capace di coniugare il rigore della scuola analitica (è stato allievo di Rawls e Putnam) all’allegra sfrontatezza del pensiero francese contemporaneo. Davidson, già prestigiatore e promettente batterista jazz fermato da un problema a una mano, insegna a Chicago ed è il prototipo dell’accademico americano acuto e fuori dalle convenzioni (orecchino e maglietta stropicciata stanno a dimostrarlo…) e ha in uscita in traduzione italiana il suo fondamentale The Emergence of Sexuality. In mezzo, a moderare, Pier Aldo Rovatti. Lo scambio tra Ginzburg e Davidson, uniti da stima e amicizia reciproca, è andato al cuore di un tema vicino al senso della pratica del counseling: Cosa vuole dire entrare in rapporto con l’altro? Davidson, preciso e tagliente, nel suo italiano praticamente perfetto, mette al centro della discussione un tema fondamentale: è possibile per chi si occupa di storia, e che dovrebbe cercare di essere il più obiettivo possibile, fare i conti con l’idea di valutazione morale? Riprendendo da Primo Levi l’idea della necessità di cercare di raggiungere un’obiettività assoluta nel suo resoconto dell’esperienza del lager, Davidson sottolinea l’importanza di tener conto dei giudizi impliciti, di quella stratificazione di valutazioni e punti di vista che si depositano anche all’interno della parola più “oggettiva”. Ginzburg riparte da lì sottolineando l’importanza di fare i conti con l’idea di distanza e di straniamento. Per imparare il mestiere di vivere occorre forse esercitarsi a mettere in discussione il proprio punto di vista, per arrivare al punto in cui i pregiudizi reciproci, invece di cancellarsi, vengono alla luce e aiutano a costruire un piano di confronto comune. Ogni testo, dice Ginzburg, è per lo storico soprattutto un modo per lavorare sull’opacità. Non possiamo pensare di vivere in un mondo trasparente in cui ogni segno e ogni parola che ci scambiamo (per iscritto o meno) è immediatamente evidente. Il fatto che la comprensione sia difficile non è un ostacolo, ma una ricchezza, una risorsa per imparare realmente a tradurre le nostre esperienze e riuscire ad accogliere il punto di vista dell’altro senza rinunciare al proprio universo valoriale. Perché alla fine, nell’incontro con l’altro, impariamo soprattutto cosa vuole dire essere se stessi.

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