15 maggio 2007

Immaginazione, Fumetti e Infanzia 2

Quarant’anni prima di Calvin e Hobbes un altro fumetto, poco conosciuto, ha raccontato il potere della fantasia e dell’infanzia, raggiungendo vertici di poesia pura che, nell’ambito delle comic strip, poche altre opere hanno raggiunto: Krazy Kat di Herriman, Little Nemo di Winsor McKay, magari qualche capolavoro degli ultimi anni, come Maus di Spiegelmann. Si tratta di Barnaby, scritto e disegnato da Crockett Johnson per un periodo brevissimo, dal ‘42 al ‘43, ma entrato nella storia come uno dei primi fumetti capaci di raccontare il difficile confronto tra il mondo del bambino, pieno di emozioni, energie immaginative, paure, potenzialità, e un mondo adulto che – soprattutto negli anni ‘40 – spesso cerca di tenere a freno la forza dell’immaginazione, correndo il rischio di perdere il rapporto con l’infanzia. Barnaby è un bambino con due genitori tremendamente noiosi e borghesi che riceve, dopo aver sentito raccontare dalla madre una fiaba sulle fate, la visita di un personaggio alquanto singolare, il Signor O’Malley. Il Signor O’Malley è il Fato Padrino di Barnaby. Della fata non ha la silhouette elegante e aggraziata, anche se può contare su due alette che gli permettono di svolazzare dentro e fuori dalle finestre. Oltretutto il Fato Padrino è un irlandese doc, come si deduce dal nome, che impreca in gaelico stretto. O’Malley veglia su Barnaby come una specie di Angelo Custode pasticcione, combinando un sacco di guai. Il problema è che quando Barnaby parla agli adulti del suo nuovo amico, questi ultimi, incapaci di dar credito al racconto del figlio (“devi smettere di sognare” è una delle prime frasi che sentiamo pronunciare dalla madre) hanno la brillante idea di portarlo da uno psicanalista infantile. Oltre a rappresentare una delle prime apparizioni di uno psicoterapeuta in un fumetto, Barnaby ne offre una caricatura spietata. Il dottore sottopone Barnaby a una serie di test assurdi, senza nemmeno cercare di creare con il bambino una relazione di ascolto. Appena però lo strizzacervelli esce dallo studio, il signor O’Malley salta fuori, disegnando sulla lavagna un proprio autoritratto, proprio accanto a dove Barnaby aveva scritto “Papà”. Vi lascio solo immaginare che cosa salta fuori. Barnaby ci parla insomma della necessità di adottare una posizione di ascolto e tolleranza nei confronti dei bambini e della loro insopprimibile capacità di trasfigurare il mondo reale in un mondo immaginato. Perché il signor O’Malley non è un sogno di bambino, ma l’inizio di un percorso di crescita che, tra mille difficoltà, porterà Barnaby a fare i conti con il mondo degli adulti.
(segue)

Etichette: , , ,